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7. Di nuovo, touchée

Lunedì 22 settembre 2008

Oggi quando stavo entrando in metro, di nuovo mi hanno toccato. Quanto è umiliante e frustrante. 

Erano in quattro. Tre sono scesi velocemente dalle scale, metre io stavo salendo. L’altro ha indugiato, si è fermato sugli scalini, nella mia traiettoria, aspettando che io salissi e mi spostassi per non andargli addosso, e ha allungato la mano. 

Come sempre quando realizzi, loro sono già lontani. Io e Liliana gli abbiamo urlato insulti, tra cui “porco” in arabo. E loro ridevano, che odio! 

Le guardie erano poco più in là, dentro alla metro, e hanno detto che non possono oltrepassare i cancelli della metro; una ragazza egiziana ci ha appoggiate sostenendo animatamente, in arabo, che o fuori o sulle scale della metro loro possono comunque fare qualcosa se succedono queste cose! Che palle, come mi fa sentire male. 

È la seconda volta che una donna egiziana interviene in nostra difesa in un episodio di molestia. La prima volta era stata ad Alessandria. Penso sia la prova che anche loro sono esasperate.


[Si veda anche Toccata e fuga e Il velo: decenza o intrigo?, quest'ultimo riguardo le molestie alle donne egiziane]

9. Una seduzione privata

Sabato 28 agosto 2008

L’altro giorno in metro sedevano accanto a me due giovani ragazze, una delle quali completamente velata, in niquab. Entrambe guardavano gli appunti dell’università sul quaderno della ragazza coperta. Come facevamo anche noi a scuola, questa aveva disegnato a penna al lato della pagina dei busti femminili; a differenza di noi, in questo caso si trattava di busti velati: due schizzi di donna in niquab il cui fulcro erano due occhi marcatissimi, intensi, ammalianti, dalle ciglia lunghe e i contorni di kajal.

Credo le donne col niquab si dividano in due gruppi.

Da un lato le donne (spesso di mezza età) dagli abiti sdruciti e trasandati per cui il nascondersi è un atto di silenzio, una rinuncia alla personalità in cambio della possibilità di uscire dalle mura domestiche. Alcune di queste donne sembrano esprimere sulle loro figlie le loro vanità represse. Non è raro vedere donne velate, anche completamente (intendo, con anche gli occhi coperti), con bambine estremamente curate e femminili, persino con mini-gonne o la pancia scoperta. L’altro giorno ho visto una donna, integralmente coperta, con una bimba di massimo un anno e mezzo. A parte gli orecchini, che tutte le bambine appena nate già hanno, aveva una collana e anelli in entrambe le mani, tutto dorato.

Dall’altro lato – e si nota soprattutto nelle ragazze giovani – il nascondersi diventa un gioco alla seduzione, una seduzione di cui forse hanno paura, perché demonizzata. Sicuramente è un modo per gestire una sensualità che la loro cultura non gli dà modo, spazio e codici per esprimere. E quindi reinterpretano la seduzione tramite il codice della sua negazione: il coprirsi. Colgo in quei disegni e nell’intensità ammaliante di quegli sguardi un atto affermativo forte riguardo a questa scelta di coprirsi (per tanti lati scelta indotta, ok...ma questo è un altro discorso). È un gioco ad un’affermazione per negazione.

Alcuna di queste ragazze hanno i tradizionali abiti neri, abayatagliati finemente sui fianchi, che lasciano intuire – certo non vedere – le forme del corpo. Gli abiti sono decorati da ricami argentei o paiettes che seguono le linee principali del corpo; se le mani non sono coperte da guanti sottili, spesso il dito medio è decorato da un cordoncino attaccato alle maniche del vestito, che ne assicura la lunghezza. Gli occhi e le sopracciglia sono spesso sorprendentemente curati e truccati.

Che cosa c’è sotto?

Mi hanno ripetuto spesso che in Arabia Saudita, nonostante non sia imposto dalla legge, la maggior parte delle donne indossa il niquab. Mi hanno anche raccontato di come le si veda arrivare dall’estetista e scoprire da sotto quei veli, corpi e visi curati nei minimi dettagli. Anche gli abiti che portano sotto sono femminili e sexy. Qualche volta assisto a rituali simili in palestra.

Mi rendo conto di come, ancora più forte delle implicazioni e ragioni sociali del velo, sia la sua dimensione intima. Io comincio a capire e sentire questo fascino nel rapporto con l’uomo, col proprio uomo. Un gioco di sensualità e possessività carnale molto forti emanano da questo "implicito" riservarsi solo per il proprio uomo (implicito perché la funzione primaria e condivisa del velo è invece un'altra).

Noi occidentali siamo abituate a vedere solo il lato sottrattivo del velo: sottrazione della libertà, del corpo, della bellezza dei capelli; ma in realtà non percepiamo e non sappiamo nulla del riflesso interiore e intimo di questo artificio, che è come un’espansione, una propagazione interiore della femminilità, profonda e ancestrale (una sensazione che riesco a ricostruire solo pensando al contatto con la mia nonna di giù).

L’uomo arabo, da parte sua, sia sente sia trasmette questa “cosa”, e devo ammettere che mi piace e che mi fa sentire in qualche modo valorizzata. Oddio, non posso davvero immaginarmi dire questo ma è così - pur consapevole di tutti i meccanismi sociologici ecc. ecc...sento questa cosa! Con lui sento così. Anche se non metto il velo - perché non posso, non voglio e nessuno se lo aspetta, sarei ridicola - ho capito che fa parte anche di un gioco a due.

E comunque. Mai nessuno prima di lui è stato capace di farmi sentire così serenamente fragile. C'è una forza, una sicurezza e una naturalezza nel suo prendersi cura di me che gli altri non hanno, non così. Come se la maggior parte dei ragazzi occidentali abbia perso la capacità e il piacere di proteggere una donna.

[Si vedano anche i post Il velo: decenza o intrigo?, Matrimonio pre-romantico e oltre, Donne e bambini e Incipit]

2. Scomparire, ma senza il velo

Sabato 2 agosto 2008

Simmel, uno dei miei sociologi preferiti, diceva che si comincia ad esistere agli occhi dell’altro solo quando guardiamo; ovvero, esistiamo non quando e non solo se lo sguardo altrui ci raggiunge (quando cioè siamo visibili, visti, guardati), ma quando lo sguardo altrui è ricambiato e validato dal nostro, nella reciprocità.

In verità lui dice che “The eye cannot take unless at the same time it gives...In the same act in which the observer seeks to know the observed, he surrenders himself to be understood by the observed”, ovvero non si può guardare senza non essere visti; o, per la reciprocità, non si è visti che nel momento in cui si guarda, si ricambia lo sguardo.

Io sono una persona aperta, che guarda tutto, che gira la testa, che guarda le facce di chi mi sta intorno. Se sono circondata da uomini, certo mi viene da esplorarne il viso. Nulla di più inappropriato qui, perché è un gesto che trasmette automaticamente disponibilità

Lo sguardo di un uomo non si ricambia, non si deve incrociare.

Quando cammino per la strada, e mi sento tutti gli occhi addosso, devo cercare di resistere alla tentazione di guardare. Per me è molto difficile perciò camminare a testa bassa, guardando in terra. Mi sento di implodere, di annullare la mia esistenza. Di scomparire.

Scomparire, questo è quello che queste donne vogliono. Annullare la loro presenza sociale, nascondendosi dentro vestiti a sacco e a un enorme velo nero, integrale, che a volte copre persino gli occhi. Quanto darei per averne uno e annullarmi…

Ma io non posso. Qui il velo non è obbligatorio e loro sanno benissimo che non fa parte della nostra cultura, e non ci giudicano per questo. E allora che penserebbero di una donna occidentale che se lo mette? Sarebbe una cosa senza senso alcuno, quasi un’offesa, equivalente a dire loro che non sono abbastanza civilizzati da accettare le differenze culturali. Una donna occidentale al Cairo col velo è semplicemente ridicola. Alcune turiste lo fanno, e tutti convengono sul fatto che sono ridicole.

E allora ho trovato anche io un modo per non dover camminare a testa bassa, cosa a cui non sono abituata e che mi umilia; per guardare ma non essere vista mentre guardo. Gli occhiali da sole!

Con quelli riesco a camminare a testa alta senza sembrare sfacciata. Riesco a vedere gli occhi di chi mi guarda, senza in realtà validare il loro sguardo, che resta perciò sospeso nel vuoto, e non brilla di quel disgustoso e insolente fremito di desiderio quando si accorge di incrociare il mio.

***


Lunedì 04 Agosto 2008

Ho comprato una gonna lunga nera, doppio strato. Un po’ bombata tanto per non sembrare una scopa. Di quelle che si sono viste solo nella foto in bianco e nero della tua bisnonna.

Non mi è mai piaciuto come mi stanno le gonne lunghe e non le ho mai portate, ma qui lentamente mi sto adattando a forza di vederle in giro. E poi mi permettono di sentirmi un po’ femminile, non ne posso più di pantaloni lunghi e maglie lunghe che coprono il culo…

Non riesco più a sentire il mio corpo, ad accettarne la sensualità. Ne ho bisogno, mi manca, mi sento mutilata, ma non posso darle voce, devo solo occuparmi a scomparire. 

Ahmed è l'unico momento di respiro in cui possa ricordarmi di essere donna. Ed è così, nel privato, che le donne arabe riservano la loro femminilità solo per i loro uomini.

1. È come mi fanno sentire qui

Venerdì 1 agosto 2008

Io - che fino ad ora ero convinta che la mia esperienza abroad fosse finita, e che questo fosse solo lo strascico di una fase della mia vita ormai conclusa, e che quello che mi aspettasse fosse l'Europa - ora vengo presa dall'entusiasmo e non voglio che tutto ciò finisca. Sento un migliore bilanciamento delle mie energie,  sento di avere voglia di fare cose, di leggere, di conoscere questo paese. Sto leggendo libri sulla società egiziana e ho ripreso in mano la Lonely Planet. Sto pensando ai viaggi. Sento il tempo scorrere, che sono rimasti pochi mesi, e ho voglia di vivere.

Non penso però che questo rinnovato entusiasmo nasca solo dal senso di urgenza provocato dal tempo che passa; credo piuttosto e purtroppo che l’
immobilità che mi ha colta durante i primi mesi non potesse in alcun modo essere contrastata perché faceva parte del normale processo di ambientazione che in questi luoghi – data anche la mia condizione di donna sola – è normale che prenda più tempo. Ma altrettanto continuo a soffrire per questo ormai triennale e itinerante sradicamento dagli affetti, che mi ha portata a ridisegnare la mia vita da capo ogni sei mesi...e che mi ha stancato tanto.

È venerdì e sono a casa (qui è giorno festivo).
Il caldo è soffocante. In camera da letto ho l’aria condizionata, che però fa un rumore rintronante; e in salotto c’è solo la ventola, che non è abbastanza per rendere l’aria respirabile. Mi sono svegliata presto, e ho passato la mattinata individuando le cose da scrivere sul cv. E poi ho finalizzato il mid-term report che devo mandare. Ho letto. < Poi mi è preso il vuoto. Se non ho qualcuno con cui uscire - e non è facile trovare qualcuno con questo caldo - non me la sento. Non è facile andare da sole, è un assillo e un’umiliazione continui, esasperanti, da gridare, da piangere, da prenderli a schiaffi.

Mai nella mia vita ho sentito questo senso di
impotenza e di noia. Mi sento imprigionata in casa, dal caldo, dagli uomini. Vorrei uscire, andare, ma non riesco. Mi sento male nel mio corpo, mi ci fanno sentire. Non è mai abbastanza; vorrei uno dei loro camicioni per nascondermici dentro. Questo è come mi fanno sentire qui.

Non deve essere così per tutte le donne. Ci sono quelle che
se ne fregano, che si sentono meno limitate; le nordiche soprattutto, mi pare. Sicuramente dipende un po' dalla cultura e un po' dal rapporto che ognuna ha col suo corpodalla cultura perché 
le nordiche, e le scandinave in particolare, secondo me vengono da un contesto dove la parità di genere e il rispetto sono talmente acquisiti, che nemmeno hanno i "recettori" per sentirsi offese nella loro dignità di donna. Io da italiana invece (anche se sono cresciuta in un nord progressista) confronto e confermo la mia identità in base ai codici e ai meccanismi della cultura mediterranea, che è la stessa che c'è qui, seppure estrema; dipende infine dal rapporto di ognuna col suo corpo perché penso ci siano donne che vivono "meno in contatto" col loro corpo, o meno abituate a esprimersi tramite esso; forse loro si sentono meno mutilate...

Faccio come le donne egiziane che si
barricano in casa. E poi non saprei proprio dove andare. Non c’è un parco, un bel boulevard...non c’è nulla di piacevole e rilassante durante il giorno. Questa sera andrò in un locale con Nada e Marta.

La mia camminata ha preso la cadenza lenta degli egiziani. È l'unico modo per resistere al caldo.

11. Il velo: decenza o intrigo?

Mercoledì 30 luglio

Primo classificato in molestie sessuali

Questa sera sono andata a cena con Nada e due sue amiche al Sequoia, un locale abbastanza in vista proprio sulla punta meridionale dell’isola di Zamalek.

May, l’amica di Nada, è egiziana, ha 45 anni, è cresciuta nel Regno Unito e ora lavora in una ONG. Abbiamo parlato a lungo di cosa vuol dire vivere da donna al Cairo, e mi ha spiegato come al momento l’Egitto non abbia eguali nel mondo arabo in materia di sexual harrassment.

Comparati con l’Egitto infatti: il Maghreb è molto più libero sessualmente e vi è quindi meno frustrazione; nel Golfo - fermo restando l’adeguarsi alle loro regole - sono più abituati a trattare con gli stranieri per scopi commerciali e ne interpretano meglio i comportamenti. Come ha detto May, “capiscono, ad esempio, che essere non-vergini non coincide con la disponibilità immediata, né col poter/voler far sesso con qualunque uomo: insomma sanno che anche le donne amano scegliere con chi avere una storia, indipendentemente da se sono vergini o no!", (e ancora mi torna in mente la scena di Persepolis, dove la nonna racconta come gli uomini si relazionino alle donne divorziate)! Infine, in Libano e Syria sono più conservatori, ma lo stesso non succede come qua.

Questa triste primato egiziano è legato alla progressiva crescita della fascia di popolazione maschile “frustrata”, e questo dipende da varie dinamiche sociali:

- Il miglioramento delle condizioni di vita assieme alla sopravvivenza di modelli familiari di tipo tradizionale continuano ad alimentare il boom demografico, facendo sì che i giovani costituiscano più della metà della popolazione.

- L’età del matrimonio si è progressivamente spostata in avanti, un po’ perché più giovani hanno accesso agli studi, un po’ perché col recente peggiorare della situazione economica ci vuole sempre più tempo per mettere da parte i soldi necessari a sposarsi. Va da sé che per chi fa parte della classe medio-bassa ci sono ben poche possibilità di entrare in contatto con una donna al di fuori del matrimonio. L’amico di Sara che mi ha aiutato a trovare casa ha 31 anni, e mi ha detto che è vergine, e io a vederlo ci credo.

Il velo integrale: decenza o intrigo?

Il problema ha assunto una portata importante ed è già elemento di dibattito in alcune arene politiche (questo mi solleva, perché vuol dire che non sono io a esagerare e a non saperlo gestire!). Inoltre, lungi dal riguardare solo le donne straniere, colpisce sempre di più anche le donne egiziane velate, e persino quelle col niquab, ovvero coperte completamente.

A proposito di questo, il nostro security officer, Amir, ci ha raccontato un aneddoto molto eloquente. Un uomo – portato alla polizia per aver molestato una donna coperta – avrebbe detto: “era tutta coperta…chissà cosa c’è sotto!”. Una tale affermazione è interessante, in quanto disconosce di fatto il sistema di valori della cultura islamica!

Il ruolo e l’effetto del coprirsi o del nascondersi è molto diverso tra mondo occidentale e orientale.

"Hot!"
Il commento di un mio amico (italiano) quando ho pubblicato su facebook questo primo piano di tre donne, in cui si scorgono solo gli occhi sotto i niquab, è stato:hot!”. In una società come la nostra dove tutte le frontiere del corpo sono state socialmente abbattute e tutto è posto alla portata di tutti, se pure l’occhio dell’uomo occidentale è abituato a cercare la carne nuda, apparentemente non rimane indifferente al suo contrario e resta intrigato da ciò che è troppo nascosto: ciò che non si vede resta uno stimolo per la curiosità.

Nella società araba tradizionale invece il coprirsi non è una scelta bensì una condizione imprescindibile per la donna, e a differenza della società occidentale, non vi corrisponde alternativa. Anche il concetto di pudore di conseguenza è diverso. In occidente il pudore si oppone alla volgarità, mentre qui resta un concetto molto più neutro, che corrisponde piuttosto a un’affermazione di modestia e discrezione, e non ha necessariamente a che vedere con la repressione. Non avverto in questa cultura il concetto di volgarità, o se lo vedo, è sempre derivato da un’estetica importata dall’occidente.

Le sostenitrici del velo fanno coincidere il coprirsi con l’affermazione della propria esistenza di donna al di là della dimensione sessuale: portare il velo vuol dire mostrarsi prima di tutto come donna e persona, invece di oggetto di attrazione sessuale.

Con questo non voglio né negare l’esistenza di un’ingente pressione sociale a favore del velo, esercitata sia dalle donne che dagli uomini; né il fatto che le donne a sostegno del velo abbiano semplicemente introiettano il sistema di valori dominante; né l’esistenza di una grande ipocrisia in questo ambito. 


Noto solo come in un paese dove mettere in mostra le proprie carni non ha mai fatto parte delle opzioni, la scelta di mantenersi fedeli alle proprie tradizioni e il distacco dall’estetica occidentale non è vissuta dalle donne necessariamente come una privazione, ma al contrario come un’affermazione della propria identità, di donna, e di donna araba.

Escluso quindi l’elemento di “repressione” (L'Egitto non è una società estremista) e tralasciando la mia opinione personale a riguardo, ma mettendomi nei loro panni, perché le donne arabe dovrebbero smettere di portare il velo? Siamo noi donne occidentali forse più rispettate perché non lo portiamo? 


Inoltre, lungi dal limitare l’espressività, il velo è un codice vestimentario come un altro, declinato in mille modi, anche sensuali (e qui si aprirebbe un dibattito complicatissimo sulle contaminazioni occidentali e le differenti maniere di indossare e interpretare il velo...). 


[Si veda anche il post Il gusto di una seduzione di privata]

L’uomo arabo tra oriente e occidente

Ma tornando all'uomo interrogato dalla polizia; affinché un codice, in questo caso il velo, possa generare senso, deve corrispondervi la capacità dell’uomo arabo di interpretarla: in presenza del velo l’uomo d’onore non solo rispetterà, ma proteggerà la donna che aderisca a questo sistema valoriale.

Quello che sta succedendo ora invece, nell’incontro tra culture e nel mischiarsi delle estetiche e dei codici tra oriente e occidente, è che l’uomo arabo è esposto all’estetica e ai codici occidentali; e quindi mentre i codici occidentale e orientale convivono e si sovrappongono, la reciprocità interpretativa non è più scontata e si crea uno scollamento tra il valore tradizionalmente associato a un certo tipo di comportamento (comprese le scelte di abbigliamento) e la loro interpretazione, soprattutto dallo sguardo maschile.

All’interno della stessa cultura araba si è creata una contraddizione valoriale che fa sì che l’uomo arabo vada a importunare la donna in burqua, quella che dovrebbe rispettare, quella "decent" - per dirla come loro sullo stile vestimentario più tradizionale! Questo mi sembra sintomo di una grande confusione simbolico-culturale, in cui versa l'uomo arabo attualmente, stretto tra la volontà di onorare la propria cultura e tradizioni, e l'avanzare della società dell'immagine occidentale, con la sua particolare estetica del corpo femminile.

Dall'altro lato, una donna si copre per conformarsi a certi modelli morali dettati dalla società tradizionale, ma finisce, per lo stesso fatto di coprirsi, per destare esattamente quei desideri che si proponeva di escludere! Così di fatto le donne arabe in Egitto sono private della capacità di padroneggiare i codici della loro stessa civiltà.

Il risultato di tutto ciò è che è impossibile girare per le strade del Cairo per la stizza che ti assale per gli innumerevoli rompipalle. Non che ci sia un reale rischio di essere assalite o violentate - nulla di più impossibile! E’ solo che è psicologicamente talmente profondamente umiliante, talmente la propria femminilità è schiacciata e strumentalizzata che piuttosto che tornare a casa con quella sensazione d’intrinseca sopraffazione e sporcizia, preferisco a volte rimanere in casa. Io sì vorrei potermi nascondere dentro un burqua!

Per concludere, è certo evidente che se una donna ha bisogno di coprirsi (ovvero limitare la libera espressione della naturalezza del proprio corpo) per poter essere considerata come una persona prima di un oggetto di desiderio, qualcuno nella società le sta negando la libertà…di semplicemente esistere! Ma in occidente abbiamo dimostrato di essere così tanto più brave a gestire la nostra “libertà”? E si può considerare tale quando anche questa è fondata sull’estetica ideale maschile?

10. Donne e bambini

Mercoledì 4 giugno 2008

Credo che una delle più belle esperienze che quest’ anno mi sta regalando sia la metro e suoi i vagoni femminili. Uno spaccato della vita private delle donne tra le donne, al di fuori del loro ruolo di mogli e dell’immagine di fronte al mondo maschile.

La metro è piena di bambini piccolissimi, tutti portati in braccio avvolti in un panno - dato che i marsupi e le carrozzine paiono non esistere.

Ogni tanto una donna si alza il velo scoprendo un bambino attaccato al seno. Ieri ce n’era uno che avrà avuto sui due anni. Se ne è stato pacifico sotto il velo a poppare facendo spuntare solo una mano, con cui cercava e toccava la mamma, o giocava con le donne lì intorno.

Scopro una dolcezza ancestrale e sconosciuta di queste madri coi loro bambini. Queste donne giocano e se li stringono come non ho mai visto fare in Europa, ora. Forse le nostre nonne sì, facevano così, e mi viene in mente la voce cristallina di mia nonna mentre cantava le filastrocche e faceva saltellare qualche nipote sulle ginocchia. Ma è come se per la prima volta vedessi una madre, oppure un modo di essere madre che non avevo mai conosciuto prima. 

Donne che sono una cosa sola coi loro bambini, che giocano con loro e ridono come bambini, che sembrano bambine anche loro, e sorelle delle loro figlie più grandi.

Se nella metro non c’è posto e una donna deve restare in piedi, oppure ha troppi figli da badare, le donne si passano, si scambiano e si tengono i bambini. Con molta probabilità, il bambino comincia a passare di ginocchia in ginocchia, tra le mani di lunghe file di donne in niquab. Mi chiedo cosa pensino i bambini di queste maschere nere, tutte uguali e irriconoscibili.

Donne e bambini sembrano condividere tutto, ritmi, spazi e, per quanto riguarda i bambini più grandi, anche responsabilità. I ragazzi più grandi, fino ai 10-12 anni, seguono la madre nel vagone delle donne, badano i fratelli più piccoli e portano le borse e pesi. Oggi ho visto un ragazzino sui dieci anni salire con la madre e portare un sacco grande in testa come fanno le donne - anni luce dai bambini arroganti e capricciosi con le scarpe Nike che vedo in Italia.

Mi rendo conto di quello che è stata la vita delle donne per millenni, prima che le contraddizioni di questa nostra società occidentale ci portassero a rincorrere modelli di felicità inconsistenti, che in realtà, quanto più ti trascinano lontano dalla naturalezza della vita, tanto più ti rendono impossibile essere felice. 

In questo contesto, d’un tratto mi si illumina un testo letto all’università per il modulo di storia sociale, nell’esame di storia moderna. Un tale storico del ‘500 di cui non ricordo il nome si esprimeva sul ruolo della donna e dell’uomo e sulle relative intelligenze. Senza entrare nel merito delle idee discriminatorie espresse, mi colpì che uno degli argomenti apportati per dimostrare l’inferiorità naturale della donna era proprio l’assimilazione di questa coi bambini - intesi questi come esseri umani in stato pre-logico: dalle fattezze fisiche (senza peli, senza forza), alle dinamiche emotive, ai ritmi di vita, tra donne e bambini non vi era soluzione di continuità, vivendo in piena simbiosi e identificazione reciproca.

Di vero c’è solo che in società tradizionali (dove la ripartizione dei ruoli è fissa e rigida nonché a scapito dell’indipendenza femminile) e in più basate sul concetto di “segregazione sessuale” (ovvero dove un rapporto diretto tra uomo e donna può esistere solo all’interno di ruoli familiari codificati – fratello, padre, marito, zio… - si leggano a questo proposito i lavori della sociologa Fatema Mernissi), le donne non hanno altro che i loro bambini come vero contatto emotivo e d'amore. E conoscendo come si basano qui i rapporti di coppia nelle classi medio-basse, so che di fatto è così. Tuttavia questa naturalezza affettiva che da noi non ho mai visto, e mi strega.

Mi chiedo anche, di fatto, cosa abbiamo guadagnato io e le mie amiche; a quasi trent'anni ancora a barcamenarci tra una carriera che non decolla a causa del precariatola consapevolezza che comunque potremmo perderla in un attimo se incinte, e bloccate tra coetanei a cui la prospettiva di avere figli non sfiora nemmeno l'anticamera del cervello. 

Dall'altra parte ci sono poi le donne che hanno represso l'istinto di maternità - perso non si sa in quale fase della nostra educazione - marginalizzato come se fosse il retaggio di una società antiquata. Queste donne ora mi fanno paura, carrieriste e denaturalizzate; perché vi è una bella differenza tra l'entrare in contatto con la natura della propria femminilità, e il pensare che il desiderio di un figlio sia solo il bisogno "indotto" di un mondo antiquato

O ancora, è forse sana una società che risponde alla frustrazione femminile con l'attenuante che "tanto ora i figli si cominciano a fare a 40 anni" - magari con compagni di ormai 50 anni che nel frattempo forse sono maturati - là dove di fatto non lascia altra scelta? Io non lo vedo tutto questo tempo, e  non siamo giovani per sempre come ci vogliono fare credere. E poi non è solo perché una cosa è possibile che è desiderabile o giusta. Tutto ciò è perversoNoi occidentali in questo siamo diventati perversi.

***

C’è una donna, giovane, che vedo spesso la mattina in metro. Non è velata e spesso porta maniche corte. Dall’abbigliamento e la pettinatura mi sembra essere cristiana copta. Non ci salutiamo, ma ci facciamo cenno e sorridiamo.

Ero in piedi davanti a lei e le davo la schiena. Lei da dietro mi ha messo a posto la maglia, che forse era andata un po’ in su.

Lo stesso mi è capitato nel bagno pubblico di un centro commerciale. Ero appena uscita dal bagno e davanti allo specchio mi lavavo le mani. Non mi ero tirata giù bene la maglia, e la donna delle pulizie mi si è avvicinata e me l’ha sistemata.

Queste donne, quelle di classe più bassa, accudiscono, curano, esprimono la premura e solidarietà in ogni gesto verso le altre donne, verso i bambini degli altri e verso il mondo intero.

Martedì 17 giugno 2008

Oggi ho visto una donna, tutta coperta col niquab, coi suoi tre bambini maschi.

I primi due avranno avuto rispettivamente cinque e sette anni, mentre il terzo era piccolo, di un anno e mezzo. Lei e i due bambini più grande si passavano il più piccolo in continuazione: ho visto il fratello di 5-6 anni tenere in braccio questo pupazzetto e poi passarlo al fratello più grande che lo sballottava e gli dava i baci.



























La madre era tranquilla e li lasciava fare. Io avevo paura che gli cadesse e mi stupivo sia della tranquillità della madre, sia dell’affetto e della responsabilità degli altri due fratelli, entrambi maschi tra l’altro. Una scena così io non l’ho mai vista in Europa, dove i bambini sono spesso egoisti, dispettosi e viziati. Io vedo un amore e un affetto tra queste persone che non ho mai visto; così semplice e autentico che mi commuove.

In generale, mi sono più volte sorpresa a guardare le dimostrazioni di affetto tra bambini e fratelli, o le premure e i giochi degli uomini (a partire dagli adolescenti) verso bambini e bambine piccoli.

8. In moschea

Dopo un giro a Kan Al Khalili, io e Grazia siamo etrate in una moschea bellissima, grandissima, con una corte all’aperto tutta di marmo. 

Il sole rifletteva su quel bianco lucido ed era abbagliante. Impossibile da concepire una pace così a un passo dal caos del Cairo. 

Ci siamo riparate per una mez’oretta all’ombra e nella pace. C’era qualche uomo che riposava, uno che studiava. Poi c’è stato il richiamo alla preghiera e ne è entrato qualcuno in più. 

A un certo punto un uomo è arrivato e ci ha fatto spostare. Non capivamo dove volesse che ci muovessimo...lui indicava qualche metro più in là, giusto dopo la colonna. Ci dovevamo mettere dietro una colonna, perché il gruppetto poco più in là non ci vedesse, altrimenti li avremmo distratti dalla preghiera. Dopo un po’ è ripassato, indicandomi la schiena. Non mi ero accorta che la canottiera era su, e si vedeva un pezzo di bassa schiena. Incredibile quanto mi sia sentita inadeguata e in colpa.

In generale mi sento di rispettare questo loro modo di coprirsi. Anche questo è un segno del mio adattamento e cambiamento. I primi giorni quello che sentivo era senso di inadeguatezza, vergogna, prigione, ansia. Ora, perché forse ci ho preso le misure e so quanto mi posso permettere...non mi sento più così costretta e se mi va di scoprirmi un po’ di più lo faccio. Ma a dir la verità va molto a giorni e cambia subitamente da ambiente ad ambiente, a seconda di con chi sono e come mi si guarda…

Oggi c’erano 39°C, e io sono vestita con ballerine, pantaloni neri lunghi, canottiera, maglia a mezze maniche, maglia a maniche lunghe incrociata sopra, e sempre una stola per evenienze varie. Non avrei mai pensato di ritrovarmi vestita così con 40°C. 


4. Toccata...e fuga

Lunedì 5 maggio 2008

Aspettavo Anna alla metro Opera per andare in palestra assieme. La chiamo per sapere dov’è, e gradualmente ci mettiamo tutte e due a imprecare al telefono contro di noi e contro il suo tassista che non l’aveva lasciata dalla parte giusta del parco, nonostante le indicazioni date.

Approfittando della mia distrazione, un ragazzetto passa e mi palpa la parte alta del braccio che, quel giorno, avevo lasciato inconsuetamente scoperta in un moto di indipendenza e strafottenza, indossando una maglietta...ben a mezze maniche!

- Vaffanculo, stronzo!! – la tolleranza è minima con 40 gradi e gli affronti continui e quotidiani alla tua rispettabilità.
- Cosaaa??! Oooh, stai calma! – fa Anna al telefono pensando dicessi con lei, mentre si lamentava perché le avevo annunciato che non avrei potuto attenderla, per non fare aspettare troppo Ahmed in palestra. I vaffanculo al ragazzo si sommano e si mischiano ai reciproci nostri.

[Si veda anche Di nuovo, touchée]

Lunedì 19 maggio 2008

Oggi facevo con Liliana la solita strada per andare in palestra, dalla fermata Opera alla Courniche El Nil.

A un certo punto sento una stretta di dietro. Ben stretta e profonda. Mi giro e c’è sto ragazzetto grasso (chiatto, per dirla come Liliana, in napoletano) e di massimo vent’anni che sorride e si mette a correre.

Mi ha completamente congelata e non ho avuto la prontezza di rincorrerlo, né ci sarei riuscita con le ballerine, la borsa della palestra e la mia borsa, eppure correva pure piano, grasso com’era. Gli ho gridato dietro un “fucking bastard” ma non sono riuscita a fare nulla di più. Liliana da parte sua gli ha inveito contro una serie di insulti in un arabo così fluente che ci sono rimasta di stucco; solo che poi mi ha fatto notare che si trattasse invece di napoletano stretto

Lui ha continuato a correre e poi raggiunta una certa distanza ha ricominciato a camminare. Allora io e Liliana ci siamo messe a camminare spedite nella sua direzione; lui era già lontano e irraggiungibile, ma al solo vederci reagire si è rimesso a correre a gambe levate imboccando poi le scale della metro. 

È talmente umiliante, frustrante e dispregiativo che mi sono portata dietro per alcuni giorni la sensazione di quel contatto. È un pubblico scherno e attacco al tuo intimo. Inoltre si avverte chiaramente come l’essere occidentale venga considerato come un “ingresso facilitato”.

[Si veda anche Di nuovo, touchée]

Lun 26 maggio

Percorro il solito tratto di Courniche El Nil che mi porta dalla metro Opera alla palestra. Questo tratto della Courniche è piuttosto chic, ed è tutta un cantiere. Vi sono inoltre case particolari, come per esempio quella della vedova di Sadat, sorvegliate massicciamente.

Capita perciò che in questo percorso si concentrino le due peggiori categorie di uomini, e che, per ragioni inerenti alla categoria, queste si presentino con maggiore probabilità sotto forma di gruppo: sono i muratori, e i soldati. Le mie camminate fino alla palestra sono un supplizio ad occhi bassi, tra cori, fischi e versi di tutti i tipi.

A un certo punto mi sento chiamare “mademoiselle”. Che vuoi, faccio finta di nulla e tiro dritto, occhiali da sole e sguardo basso. Mademoiselle..! La voce si avvicina, come mi rincorresse. Mi volto, e mi trovo un ragazzo sui 35, un po’ grassottello, pelato, di quelli dall’aspetto mansueto e timido.

- Mademoiselle, I just wanted to tell you that a guy there took a photo of your back with his mobile...in case you would like to prevent the police.-

Resto piacevolmente colpita e intenerita, ma col sorriso rassegnato.

- Oh, thank you, it’s really very kind of you...but you know… what could I do...
- Maybe, you should put longer shirts that cover you back.
- I thank you for your advice, but I think of wearing clothes long enough, and that my dressing is in all ways respectful of your habits; I do not want to renounce to my freedom of wearing what I want, since I consider it appropriate anyhow. I think that this is their problem, and not mine…
 
Il ragazzo parla calmo, con voce timida e quasi mortificata. Mi dice che lo fanno spesso, di fare foto (del resto mi è capitato anche ad Alessandria al mare, e durante il viaggio di ritorno da Baharia).

Poi mi racconta di come a certe turiste – di quelle che indossano abiti di sole bretelline, o che non si mettono il reggiseno – dei ragazzini gli abbiano tirato giù le bretelle.

Quando me lo dice, mi trovo però a pensare con una punta di indignazione e un inatteso moralismo che a quelle turiste gli stava proprio bene, e che se lo meritavano, razza di zoccole interculturalmente insensibili! Mi stupisco molto di questo moto e mi rendo conto di come in questi mesi, causa le sensazioni negative accumulate sul mio corpo di donna, abbia  interiorizzato alcuni limiti e adattato la mia sensibilità rispetto a ciò che è socialmente mostrabile o meno. 

Poi ci salutiamo e io entro nella barca che ospita la mia palestra.

Martedì 27 maggio 2008

Nel percorso dalla metro all’ufficio un minibus - di quelli sempre carichi e con almeno un paio di ragazzi appesi fuori dalla porta aperta – non si limita a suonarmi da dietro, ma fa finta di venirmi addosso. Sparato, mi sfiora e poi si rimette in traiettoria. E gli stronzi appesi dietro ridono. - Bastardi idioti - penso, o forse pronuncio - schiantatevi! - non ne posso più...grido di rabbia.

5. Scene di vita quotidiana

Sei qui con tuo marito? 
Oggi il security officer mi ha chiesto con spontaneità se vivo qui col mio “spouse”, o se sto qui al Cairo da sola. E ridaje… Ma c’ho avrò avuto la fede alla mano sinistra quando l’ho conosciuto, o sono davvero troppo al di là dell’età del matrimonio? Anche i tassisti me lo chiedono sempre. 

Corpo
Oggi, giorno dedicato a me stessa. Come tutti gli altri giorni, si dirà...Allora giorno dedicato al mio corpo, questo corpo "sporcato". Necessario per contrastare l’assoluta mancanza di sensualità e l’opprimente autocontrollo a cui sono soggetta, nel vestire, nel muovermi, nel guardare, nel toccare, nel ridere, nel sorridere.
h 10 Ceretta dall’estetista;
h 14 Pulizia del viso a casa, con Dagmar, bella e tormentata quarantacinquenne tedesca. Anima persa, come dice Liliana.
h 18 Aerobica;
h 19 Fisioterapista.

Fatim
È venuta Fatin a farmi ceretta e manicure - e con lei ho ripassato tutta la lezione di arabo fatta ieri con Elias.
Mi ha chiesto perché mi vesto sempre di nero. “Because I like it!” “Ah, ok, because you like it”. Forse credeva che potessi essere vedova?
Poi, quando si è fatta l’ora, si è presa la sua pausa e si è messa a pregare, sul mio divano. 

“Non lavorano”
Parlando con Nada oggi ho scoperto che un funzionario del governo, senior, arriva a prendere 1000 pounds al mese, ovvero circa 150 euro.
Nada lavora come consulente del WFP al governo e mi ha detto che negli uffici governativi non hanno la connessione internet. “E come lavorano?” le ho chiesto. “Ah, ma non lavorano. Molti non si presentano nemmeno in ufficio”. Beh, ci credo, per 150 euro...

Soldati
Uscendo dalla metro di Al Taharir sono sbucata proprio nel mezzo di una truppa di soldati, perché ovviamente la piazza principale era tutta controllata; madonna mia, non poteva andarmi peggio...ho tenuto lo sguardo basso per scomparire, non terminavano mai...

Milk and sugar
Oggi per la strada un ragazzetto mi ha gridato: “milkmilk!”. L’altro appellativo preferito è sugar.

Taxi
Torno dalla palestra, per Courniche El Nil. Un autobus è fermo di traverso - ma proprio in perpendicolare, a 90° - e blocca tutto il traffico dall’arteria del Cairo. È proprio davanti a noi.  

Vedo il povero autista che annaspa, l’autobus non si muove. In realtà è semplicemente la retro che non riesce ad entrare. Da dove sono io riesco a vederlo, il mio driver no. Allora a gesti indico la marcia e il movimento: è solo quello che non funziona. Lui capisce e scende, e in pochi secondi si fa del movimento e si radunano un po’ di uomini. Se non fosse stato per lui non si sarebbero più mossi. Dal bus cominciano a scendere uno dopo l’altro soldati in uniforme, tutti a spingere il bus all’indietro. Riescono a raddrizzarlo e a ripartire. 

“Mabruk!” dico all’autista, congratulazioni! E comunque, arrivati a Zamalek, e per quanto gli abbia detto “Setta” (6), questo ha provato a prendermi 10! “Dayman kamsa!”, “pago sempre 5!”, gli ho detto, e io che pure gli volevo fare un piacere dandogli 6! Alla fine non aveva il resto di 10, e mi ha dato 5 pound...e lo ho pagato 5. 

Mi chiedo se il mio sia un atteggiamento etico o no. Dovrei fottermene e dare di più a questa povera gente, che per la maggior parte mi pare lavorare onestamente, rovinandosi i polmoni nel traffico...o assumere che io, come ogni altro, è giusto che gli dia una somma adeguata ma giusta, e non da turista. Mi sento una spocchiosa ad arbitrare sui pochi centesimi di euro che separano 5 da 10 pounds, ma nemmeno voglio fare la turista.

Doctor Agaya
Oggi Doctor Agaya, la mia proprietaria settuagenaria, mi ha aperto la porta in sottovestina. Con me c’era anche il suo bauab.
Attualmente ci sono 36 gradi, e dovrebbe essere normale stare in sottoveste o simili. E invece quando l’ho vista ho pensato che ci fosse un errore, che sicuramente non sapeva che con me ci fosse anche il bauab, e si sarebbe andata a coprire...
E invece lei era tranqullissima, giustamente, con la sua sottovestina grigiolina dalla polvere e piena di macchie. Anche lui non ha fatto una piega. Dopotutto Doctor Agaya è una cristiana copta, una marginale e un’infedele. Forse anche il suo bauab è copto. I miei lo sono.
In fondo sembra carina, anche se ho paura che alla fine mi fotta i soldi delle bollette.

Lezioni di arabo
Ieri ho fatto la prima lezione di arabo con Elia. Elia ha 35 anni, parla italiano, inglese, francese, greco ed arabo ed ha origini greche, italiane, e arabe. Pur senza averci mai vissuto né comprendendone i sottili meccanismi ha diritto di voto in Italia, che esprime a favore di Silvio.
E’ andata bene. Mi ha fatto prima parlare e poi un po’ scrivere. Che strana sensazione ritrovarsi a scrivere con una matita dei segni incerti e cancellare gli errori con la gomma. E cercare di ricordarsi cosa distingue una lettera dall’altra.
Di quando imparavo a scrivere alle elementari, ricordo una cosa: i ragionamenti che facevo cercando di ricordare quale era la “b” e quale la “d”. Però questa lezione mi ha trasmesso libertà. E’ come se avessi suggellato l’ingresso alla mia nuova vita.

Ufficio 
È da una settimana che in ufficio l’acqua c’è e non c’è, ma nessuno si lamenta.

A causa di uno sciopero programmato per oggi, inoltre, le misure di sicurezza ONU hanno legittimato il personale a lavorare da casa. A me non mi pareva così una big issue e sono andata al lavoro, ma ero l’unica tra il personale non residente a Maadi. Mi pare assurdo. Sono comunque andata via prima, anche perché non essendoci i colleghi, potevo fare poco.


Ambulanze
Una cosa che non ho mai sentito fino ora è la sirena delle ambulanze. Infatti ho scoperto essercene una ogni 35.000 abitanti.

Concerto
Questa sera vado a vedere un concerto di Ali El Haggar con Liliana. Vita culturale. Ci vuole per ritrovarsi dove si sta vivendo. Mi fa sentire di vivere finalmente, ora, la mia nuova vita in questa città.
Mi è parso di capire che questo artista è un po’ come i nostri cantautori (De Andrè, De Gregori...). Il pubblico era variegato, anche se si distinguevano persone di classe medio alta.
Io lo vedo da come sono le donne. Erano o svelate, o col velo “a concio”, come lo chiamo io, ovvero arrotolato dietro o di lato in una crocchia che lascia scoperta la nuca. Ha un che di chic. Lui mi è piaciuto molto, una voce fantastica. La gente si avvicendava ai piedi del palco dandogli dei bigliettini con scritte le canzoni che avrebbero voluto ascoltare.

Gatto 
Dopo il lavoro entro in casa, apro le finestre perchè l’immondizia inizia a puzzare...vado in bagno per lavarmi le mani, esco e chi mi trovo? Il gatto bianco, col suo collarino, il pelo rasato (a parte la coda che era un batuffolo)...entrato dalla finestra che dà sulla terrazza dei vicini.
Non riuscivo a fargli capire che era entrato dalla finestra, lui cominciava a porsi qualche quesito su dove si trovava e ad agitarsi, ma non me la sentivo di gettarlo sulla sua terrazza, che è un po' di sbieco rispetto alla mia...
Alla fine ha ritrovato la strada. E poi è ritornato. Ma l’ho mandato via facendo i fischi dei gatti...E mi ha anche fatto tutte le impronte in casa, di pece, quella che l’omino ha usato per isolare il mio tetto..e che giustamente ha fatto colare nel balcone del vicino, e che ora col caldo si scioglie...maledetto gatto.