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2. A chi interessa lo "sviluppo"?

3 gennaio 2009

Penso che questa development cooperation non serva a niente – almeno fatta in questo modo, dall’alto.

Mercato tra un cavalcavia e l'altro
È noto che a “certi” stati non glie ne frega niente di “svilupparsi” e di sollevare le masse dall’ignoranza, ma vogliano solo i soldi della cooperazione, per progetti che poi non si impegnano a sostenere e i cui benefici non riescono a propagarsi alla maggioranza della popolazione.

Tuttavia, sono furbi abbastanza per mantenere il giusto equilibrio tra l'implementazione di progetti governativi - di fatto di tipo per lo più assistenzialistico - e il mantenere le masse in una situazione di dipendenzaprecarietà, in modo da alimentare e giustificare all'infinito il bisogno di fondi e supporto da parte dei paesi più sviluppati

Non è un segreto per gli egiziani che l’obiettivo di Mubarak sia di dare da mangiare a tutti, ma non abbastanza per permettergli di superare quella soglia di soddisfazione che dai bisogni primari porta a potersi occupare dei bisogni secondari, come cultura, educazione, qualità della vita, rispetto, fino a senso dell'armonia e bellezza

Ebbene sì, ricomincio con la bellezza, e ne rivendico il suo ruolo nel percorso di arricchimento spirituale dell’individuo, nello sviluppo della sua sensibilità e di valori…e se vi sembra stia parlando di frivolezze, spero che queste foto seppur poche riescano a instillare un'idea di atmosfera, per meglio comprendere qual è il livello di bruttezza/bellezza a cui mi riferisco...). 

Centro: palazzo antico "incorniciato"
E se poi vogliamo parlare di bisogni secondari, parliamo del fatto che per fare ristrutturare i palazzi stupendi e fatiscenti del centro aspettano i soldi francesi, giapponesi o italiani, perché a loro, a quelli in alto, non glie ne frega nulla di preservare la loro cultura e architettura. Il teatro dell'Opera in centro è ancora carbonizzato, e il progetto del nuovo è stato curato totalmente dai giapponesi. 

Grattacieli sul Nilo con smog
I soldi non li vanno a chiedere ai rozzi e grassi nuovi ricchi, quelli che dicono che il centro è “vecchio”, e Dahab “primitiva”, ma a cui piacciono i grattacieli sul Nilo e le scenografie posticce dei resort di Sharm El Sheik, perchè sono “moderni”; per cui la massima aspirazione è il lusso (innumerevoli sono le campagne pubblicitarie che, sotto vari aspetti, utilizzano la parola “luxury”: non ho mai visto in  Europa questo valore veicolato tanto esplicitamente e tanto spesso!); quelli per cui distinguersi dalle masse povere coincide con ostentazione di arroganza, onnipotenza e spreco – ovvero quell’atto di compiaciuta leggerezza che ci fa sentire tanto spensierati e potenti, con cui buttiamo, buttiamo per terra, buttiamo via, perché tanto se ne può avere ancora, se ne può comprare uno nuovo (magari in Europa o negli Stati Uniti), e c’è sempre qualcun’altro che pulirà; quelli per cui a 18 anni i ragazzi di buona famiglia ricevono la loro macchina, come fanno gli americani, (e ovviamente non un utilitaria, perché la macchina piccola non sta bene).

Questo per chiudere il cerchio di nuovo, e confermare che questo benedetto sviluppo (e a cosa serve l'inserimento di questi nuovi indici compositi per tenere conto dello sviluppo umano…?), volontariamente o no, è perentoriamente e prettamente economico, allargando non solo - ovviamente - le frontiere del nostro commercio e profitto, ma soprattutto esportando le parti peggiori della nostra cultura del consumo!

Certo la situazione internazionale sta dimostrando come gli equilibri non siano già più gli stessi. Non siamo più gli unici a comandare, e anche in tema di cooperazione internazionale non siamo più soli. Ci sono i cinesi. 

(Si legga anche Gabbie dorate)

Sotto il cavalcavia

9. Una seduzione privata

Sabato 28 agosto 2008

L’altro giorno in metro sedevano accanto a me due giovani ragazze, una delle quali completamente velata, in niquab. Entrambe guardavano gli appunti dell’università sul quaderno della ragazza coperta. Come facevamo anche noi a scuola, questa aveva disegnato a penna al lato della pagina dei busti femminili; a differenza di noi, in questo caso si trattava di busti velati: due schizzi di donna in niquab il cui fulcro erano due occhi marcatissimi, intensi, ammalianti, dalle ciglia lunghe e i contorni di kajal.

Credo le donne col niquab si dividano in due gruppi.

Da un lato le donne (spesso di mezza età) dagli abiti sdruciti e trasandati per cui il nascondersi è un atto di silenzio, una rinuncia alla personalità in cambio della possibilità di uscire dalle mura domestiche. Alcune di queste donne sembrano esprimere sulle loro figlie le loro vanità represse. Non è raro vedere donne velate, anche completamente (intendo, con anche gli occhi coperti), con bambine estremamente curate e femminili, persino con mini-gonne o la pancia scoperta. L’altro giorno ho visto una donna, integralmente coperta, con una bimba di massimo un anno e mezzo. A parte gli orecchini, che tutte le bambine appena nate già hanno, aveva una collana e anelli in entrambe le mani, tutto dorato.

Dall’altro lato – e si nota soprattutto nelle ragazze giovani – il nascondersi diventa un gioco alla seduzione, una seduzione di cui forse hanno paura, perché demonizzata. Sicuramente è un modo per gestire una sensualità che la loro cultura non gli dà modo, spazio e codici per esprimere. E quindi reinterpretano la seduzione tramite il codice della sua negazione: il coprirsi. Colgo in quei disegni e nell’intensità ammaliante di quegli sguardi un atto affermativo forte riguardo a questa scelta di coprirsi (per tanti lati scelta indotta, ok...ma questo è un altro discorso). È un gioco ad un’affermazione per negazione.

Alcuna di queste ragazze hanno i tradizionali abiti neri, abayatagliati finemente sui fianchi, che lasciano intuire – certo non vedere – le forme del corpo. Gli abiti sono decorati da ricami argentei o paiettes che seguono le linee principali del corpo; se le mani non sono coperte da guanti sottili, spesso il dito medio è decorato da un cordoncino attaccato alle maniche del vestito, che ne assicura la lunghezza. Gli occhi e le sopracciglia sono spesso sorprendentemente curati e truccati.

Che cosa c’è sotto?

Mi hanno ripetuto spesso che in Arabia Saudita, nonostante non sia imposto dalla legge, la maggior parte delle donne indossa il niquab. Mi hanno anche raccontato di come le si veda arrivare dall’estetista e scoprire da sotto quei veli, corpi e visi curati nei minimi dettagli. Anche gli abiti che portano sotto sono femminili e sexy. Qualche volta assisto a rituali simili in palestra.

Mi rendo conto di come, ancora più forte delle implicazioni e ragioni sociali del velo, sia la sua dimensione intima. Io comincio a capire e sentire questo fascino nel rapporto con l’uomo, col proprio uomo. Un gioco di sensualità e possessività carnale molto forti emanano da questo "implicito" riservarsi solo per il proprio uomo (implicito perché la funzione primaria e condivisa del velo è invece un'altra).

Noi occidentali siamo abituate a vedere solo il lato sottrattivo del velo: sottrazione della libertà, del corpo, della bellezza dei capelli; ma in realtà non percepiamo e non sappiamo nulla del riflesso interiore e intimo di questo artificio, che è come un’espansione, una propagazione interiore della femminilità, profonda e ancestrale (una sensazione che riesco a ricostruire solo pensando al contatto con la mia nonna di giù).

L’uomo arabo, da parte sua, sia sente sia trasmette questa “cosa”, e devo ammettere che mi piace e che mi fa sentire in qualche modo valorizzata. Oddio, non posso davvero immaginarmi dire questo ma è così - pur consapevole di tutti i meccanismi sociologici ecc. ecc...sento questa cosa! Con lui sento così. Anche se non metto il velo - perché non posso, non voglio e nessuno se lo aspetta, sarei ridicola - ho capito che fa parte anche di un gioco a due.

E comunque. Mai nessuno prima di lui è stato capace di farmi sentire così serenamente fragile. C'è una forza, una sicurezza e una naturalezza nel suo prendersi cura di me che gli altri non hanno, non così. Come se la maggior parte dei ragazzi occidentali abbia perso la capacità e il piacere di proteggere una donna.

[Si vedano anche i post Il velo: decenza o intrigo?, Matrimonio pre-romantico e oltre, Donne e bambini e Incipit]

4. Matrimonio pre-romantico e oltre

Mercoledì 13 agosto 2008

Nelle società tradizionali o arcaiche, il rapporto uomo-donna si basa più sul ruolo sociale che sull’amore per l’individuo. Nella società musulmana tradizionale in particolare, il rapporto uomo-donna e il matrimonio di fatto coincidono, non dandosi possibilità di interazione tra uomo e donna al di là di relazioni e ruoli familiari.

Per quanto riguarda le classi più basse quindi, qui le persone cercano una buona moglie o un bravo marito piuttosto che un compagno di vita con cui capirsi profondamente e da amare. La coppia è quella tradizionale basata sulla reciproca sussistenza.

Dato questo aspetto funzionale, è logico che il ruolo della seduzione è del tutto secondario nelle fasce sociali più povere. Le donne, da brave madri e mogli, non curano più di tanto il loro aspetto, e non credo dipenda solo dalla povertà. Vi è infatti una sciatteria in alcune donne (veli strappati e non ricuciti, o esageratamente sporchi) che non c’entra necessariamente con l’essere poveri.

Anche da noi era così in una certa misura, sia per i matrimoni “funzionali”, sia per la mancanza di seduzione. Ma quello che cambia qui, è forse la posizione dell’uomo rispetto a questo.

Da noi l’apprezzamento degli uomini per le belle donne è sempre stato affermato e rivendicato, senza particolari sensi di colpa e nonostante i tabù cattolici che pur permanevano e il senso di "peccato" da questi generato. A parte nel medioevo, la seduzione femminile non è stata più associata fortemente a qualcosa di pericoloso e diabolico.

Qui invece, la donna, soprattutto se bella, è vista come un pericolo da rifuggire perché allontana da Dio [si veda ad esempio il post In moschea]. E quindi, se la propria moglie è brutta o bella, pare valere poco. Almeno in teoria. 
Nella pratica rinnegare l’attrazione fisica vuol dire creare una frustrazione di fondo nella società che ha mille ripercussioni – una delle quali è rendere la vita impossibile alle ragazze giovani che camminano da sole per strada…

Parlando invece di sessoDi fatto la classe bassa soffre di una repressione sessuale maschile fortissima, che crea tra gli uomini non sposati fenomeni come il sesso con animali e tra uomini, oltre alla già citata altissima frustrazione, nota anticamera di tensioni sociale. Per quanto riguarda invece le donne, oggi ho scoperto che circa il 90% delle egiziane ha subìto una mutilazione genitale di qualche tipoe che nella maggior parte dei casi questa pratica ancestrale (originaria del corno d’Africa e che non ha nulla a che veder con l’Islam) è promossa proprio dalle stesse donne, che ne hanno introiettato il valore.

Nonostante tutto questo, ed escludendo gli strati più umili e meno istruiti della popolazione come quelli descritti sopra 
 (che costituiscono direi più del 90% della popolazione), parlando con le persone, osservando e per mia esperienza diretta, resto con la sensazione che qui - negli strati medio-alti e là dove il rapporto uomo-donna funzioni - il sesso abbia caratteristiche più genuine e naturali che da noi (non saprei motivare di più, non ho abbastanza elementi a parte la mia esperienza e cerchia ristretta di conoscenze). Molti uomini occidentali mi sa che son cresciuti con troppi film porno.

Prima di tutto il fattore religioso inquadra il sesso nella prospettiva della procreazione, che è il modo in cui il buon credente partecipa al progetto divino. In secondo luogo, procreazione o meno, l'islam non è impregnato di quell’idea di peccato tipica cristiana, che inconsciamente ricopre l’atto sessuale di un carattere provocatorio e trasgressivo. Non è da tralasciare che Maometto è il primo ad affrontare l'argomento sessuale in maniera naturale (spiegando addirittura come soddisfare una donna degnamente)! Il potere dirompente e disturbante dell'attrazione per la donna è da loro demonizzano, è vero, ma non per questo si trasforma nel concetto di peccato sessuale così come si è radicato nella società occidentale.

Restano osservazioni da approfondire, ma per queste ragioni mi pare abbiano una maniera in un certo senso più naturale di intendere o vivere il sesso, ovviamente all’interno del matrimonio - (cosa che comunque non ha nulla a che vedere col grado di soddisfazione finale della coppia...).

[Si veda anche Coppie egiziane e, per un altro punto di vista sulla seduzione, Il gusto di una seduzione privata]

11. Il velo: decenza o intrigo?

Mercoledì 30 luglio

Primo classificato in molestie sessuali

Questa sera sono andata a cena con Nada e due sue amiche al Sequoia, un locale abbastanza in vista proprio sulla punta meridionale dell’isola di Zamalek.

May, l’amica di Nada, è egiziana, ha 45 anni, è cresciuta nel Regno Unito e ora lavora in una ONG. Abbiamo parlato a lungo di cosa vuol dire vivere da donna al Cairo, e mi ha spiegato come al momento l’Egitto non abbia eguali nel mondo arabo in materia di sexual harrassment.

Comparati con l’Egitto infatti: il Maghreb è molto più libero sessualmente e vi è quindi meno frustrazione; nel Golfo - fermo restando l’adeguarsi alle loro regole - sono più abituati a trattare con gli stranieri per scopi commerciali e ne interpretano meglio i comportamenti. Come ha detto May, “capiscono, ad esempio, che essere non-vergini non coincide con la disponibilità immediata, né col poter/voler far sesso con qualunque uomo: insomma sanno che anche le donne amano scegliere con chi avere una storia, indipendentemente da se sono vergini o no!", (e ancora mi torna in mente la scena di Persepolis, dove la nonna racconta come gli uomini si relazionino alle donne divorziate)! Infine, in Libano e Syria sono più conservatori, ma lo stesso non succede come qua.

Questa triste primato egiziano è legato alla progressiva crescita della fascia di popolazione maschile “frustrata”, e questo dipende da varie dinamiche sociali:

- Il miglioramento delle condizioni di vita assieme alla sopravvivenza di modelli familiari di tipo tradizionale continuano ad alimentare il boom demografico, facendo sì che i giovani costituiscano più della metà della popolazione.

- L’età del matrimonio si è progressivamente spostata in avanti, un po’ perché più giovani hanno accesso agli studi, un po’ perché col recente peggiorare della situazione economica ci vuole sempre più tempo per mettere da parte i soldi necessari a sposarsi. Va da sé che per chi fa parte della classe medio-bassa ci sono ben poche possibilità di entrare in contatto con una donna al di fuori del matrimonio. L’amico di Sara che mi ha aiutato a trovare casa ha 31 anni, e mi ha detto che è vergine, e io a vederlo ci credo.

Il velo integrale: decenza o intrigo?

Il problema ha assunto una portata importante ed è già elemento di dibattito in alcune arene politiche (questo mi solleva, perché vuol dire che non sono io a esagerare e a non saperlo gestire!). Inoltre, lungi dal riguardare solo le donne straniere, colpisce sempre di più anche le donne egiziane velate, e persino quelle col niquab, ovvero coperte completamente.

A proposito di questo, il nostro security officer, Amir, ci ha raccontato un aneddoto molto eloquente. Un uomo – portato alla polizia per aver molestato una donna coperta – avrebbe detto: “era tutta coperta…chissà cosa c’è sotto!”. Una tale affermazione è interessante, in quanto disconosce di fatto il sistema di valori della cultura islamica!

Il ruolo e l’effetto del coprirsi o del nascondersi è molto diverso tra mondo occidentale e orientale.

"Hot!"
Il commento di un mio amico (italiano) quando ho pubblicato su facebook questo primo piano di tre donne, in cui si scorgono solo gli occhi sotto i niquab, è stato:hot!”. In una società come la nostra dove tutte le frontiere del corpo sono state socialmente abbattute e tutto è posto alla portata di tutti, se pure l’occhio dell’uomo occidentale è abituato a cercare la carne nuda, apparentemente non rimane indifferente al suo contrario e resta intrigato da ciò che è troppo nascosto: ciò che non si vede resta uno stimolo per la curiosità.

Nella società araba tradizionale invece il coprirsi non è una scelta bensì una condizione imprescindibile per la donna, e a differenza della società occidentale, non vi corrisponde alternativa. Anche il concetto di pudore di conseguenza è diverso. In occidente il pudore si oppone alla volgarità, mentre qui resta un concetto molto più neutro, che corrisponde piuttosto a un’affermazione di modestia e discrezione, e non ha necessariamente a che vedere con la repressione. Non avverto in questa cultura il concetto di volgarità, o se lo vedo, è sempre derivato da un’estetica importata dall’occidente.

Le sostenitrici del velo fanno coincidere il coprirsi con l’affermazione della propria esistenza di donna al di là della dimensione sessuale: portare il velo vuol dire mostrarsi prima di tutto come donna e persona, invece di oggetto di attrazione sessuale.

Con questo non voglio né negare l’esistenza di un’ingente pressione sociale a favore del velo, esercitata sia dalle donne che dagli uomini; né il fatto che le donne a sostegno del velo abbiano semplicemente introiettano il sistema di valori dominante; né l’esistenza di una grande ipocrisia in questo ambito. 


Noto solo come in un paese dove mettere in mostra le proprie carni non ha mai fatto parte delle opzioni, la scelta di mantenersi fedeli alle proprie tradizioni e il distacco dall’estetica occidentale non è vissuta dalle donne necessariamente come una privazione, ma al contrario come un’affermazione della propria identità, di donna, e di donna araba.

Escluso quindi l’elemento di “repressione” (L'Egitto non è una società estremista) e tralasciando la mia opinione personale a riguardo, ma mettendomi nei loro panni, perché le donne arabe dovrebbero smettere di portare il velo? Siamo noi donne occidentali forse più rispettate perché non lo portiamo? 


Inoltre, lungi dal limitare l’espressività, il velo è un codice vestimentario come un altro, declinato in mille modi, anche sensuali (e qui si aprirebbe un dibattito complicatissimo sulle contaminazioni occidentali e le differenti maniere di indossare e interpretare il velo...). 


[Si veda anche il post Il gusto di una seduzione di privata]

L’uomo arabo tra oriente e occidente

Ma tornando all'uomo interrogato dalla polizia; affinché un codice, in questo caso il velo, possa generare senso, deve corrispondervi la capacità dell’uomo arabo di interpretarla: in presenza del velo l’uomo d’onore non solo rispetterà, ma proteggerà la donna che aderisca a questo sistema valoriale.

Quello che sta succedendo ora invece, nell’incontro tra culture e nel mischiarsi delle estetiche e dei codici tra oriente e occidente, è che l’uomo arabo è esposto all’estetica e ai codici occidentali; e quindi mentre i codici occidentale e orientale convivono e si sovrappongono, la reciprocità interpretativa non è più scontata e si crea uno scollamento tra il valore tradizionalmente associato a un certo tipo di comportamento (comprese le scelte di abbigliamento) e la loro interpretazione, soprattutto dallo sguardo maschile.

All’interno della stessa cultura araba si è creata una contraddizione valoriale che fa sì che l’uomo arabo vada a importunare la donna in burqua, quella che dovrebbe rispettare, quella "decent" - per dirla come loro sullo stile vestimentario più tradizionale! Questo mi sembra sintomo di una grande confusione simbolico-culturale, in cui versa l'uomo arabo attualmente, stretto tra la volontà di onorare la propria cultura e tradizioni, e l'avanzare della società dell'immagine occidentale, con la sua particolare estetica del corpo femminile.

Dall'altro lato, una donna si copre per conformarsi a certi modelli morali dettati dalla società tradizionale, ma finisce, per lo stesso fatto di coprirsi, per destare esattamente quei desideri che si proponeva di escludere! Così di fatto le donne arabe in Egitto sono private della capacità di padroneggiare i codici della loro stessa civiltà.

Il risultato di tutto ciò è che è impossibile girare per le strade del Cairo per la stizza che ti assale per gli innumerevoli rompipalle. Non che ci sia un reale rischio di essere assalite o violentate - nulla di più impossibile! E’ solo che è psicologicamente talmente profondamente umiliante, talmente la propria femminilità è schiacciata e strumentalizzata che piuttosto che tornare a casa con quella sensazione d’intrinseca sopraffazione e sporcizia, preferisco a volte rimanere in casa. Io sì vorrei potermi nascondere dentro un burqua!

Per concludere, è certo evidente che se una donna ha bisogno di coprirsi (ovvero limitare la libera espressione della naturalezza del proprio corpo) per poter essere considerata come una persona prima di un oggetto di desiderio, qualcuno nella società le sta negando la libertà…di semplicemente esistere! Ma in occidente abbiamo dimostrato di essere così tanto più brave a gestire la nostra “libertà”? E si può considerare tale quando anche questa è fondata sull’estetica ideale maschile?

5. Occidente scintillante

Giovedi 26 giugno 2008

Sono all'aeroporto di Fiumicino in attesa del mio volo di ritorno per il nord.

Chiudo gli occhi e vedo le strade trafficate del Cairo, il frastuono, i raccordi incrociati e sovrapposti poco prima di arrivare a piazza Al Taharir, i bus stracolmi che si sorpassano da destra, inclinati dal troppo peso, le signore pesanti e coperte che si trascinano con un bambino in braccio e uno per mano.

Penso a quanto qui in Italia, in Europa, sia tutto perfetto e senza la minima sbavatura. Provo la stessa sensazione di straniamento di quando dopo cinque mesi in Sud-America sono tornata d'improvviso e un po' controvoglia in Italia per un colloquio, e mentre giravo in taxi per le strade di Roma rifuggivo l'opulenza e la noncuranza che assieme tanto caratterizzano il nostro modo di vivere, assieme al gusto per il bello.

È un senso profondo di armonia (che va al di là del caos romano o della cartaccia per terra), ma anche di inconsapevolezza per la bellezza e lo spessore che ci pervadono. Mi mancava la vita che scorre nelle difficoltà per la sopravvivenza.

E' pieno pomeriggio e l'aeroporto è pieno di business men al telefono, con vestito impeccabile e scarpe belle.

Le ragazze sono tremendamente noiose ed uguali, tutte con questi capelli piastrati e striati di meches o extensions, le unghie perfette, i jeans tanto attillati da scoppiare, i tacchi vertiginosi, gli occhiali all’ultima moda, e quel modo incosciente e volgare di masticare il chewingum. E come sono svestite... ma davvero è normale tutta questa nudità? Mi fanno abbastanza impressione tutte queste braccia e gambe così tanto scoperte...mi viene da gettar loro addosso uno scialle!

2. Un paese in crescita

19 giugno 2008

Gli Egiziani sono sempre più poveri; l’inflazione è al 20% e la crisi alimentare all’apice.

Tuttavia continuano a fare figli, e su una superficie grande quanto la svizzera vivono concentrate 80.000.000 di persone. Il governo vuole cominciare a controllare le nascite tipo in Cina e sta tenendo campagne per limitare il numero massimo di figli a due. Questo solleva ovviamente grande disappunto a livello religioso(spero solo che questo non si traduca in un ulteriore aumento della frustrazione sessuale maschile perché più di così veramente non è gestibile!)

Per combattere la forte inflazione inoltre, non trovano nulla di meglio che continuare a sovvenzionare la benzina. La macchina quindi – seppure non riescono a portare a casa il pane – se la devono comprare tutti e ovviamente la maggior parte può permettersi solo catorci anni ’60 a carbonella che rendono l’aria irrespirabile.

Assieme alle macchine poi, crescono gli obesi: sì, perché se i poveri davvero non mangiano, quelli di classe medio-bassa mangiano troppo e cibo di scarsa qualità (chips, fritti, carboidrati).

Quindi riassumendo, tutti hanno la macchina, l’aria è irrespirabile perché per di più sono macchine degli anni ‘60, ci si ammala di cancro per l’inquinamento e di malattie cardiovascolari per l’obesità


Anche da noi? No, perché qui tutto è amplificato enormemente dagli effetti di uno sviluppo più aggressivo e subitaneo. Noi ai tempi non abbiamo mai avuto un tale numero di macchine anni '60 circolanti contemporaneamente e ora abbiamo leggi che cercano di ammortizzare l'impatto ambientale - per non parlare poi del loro sistema sanitario...Quindi evviva i progressi dei paesi in via di sviluppo, ma soprattutto, evviva il nostro sviluppo, importato con successo.

La mia bisnonna quando in Italia vi era la stessa ripartizione di classe tra pochi benestanti e masse di contadini, si faceva 35 km al giorno in bici per andare a lavorare. Quanto starebbero bene: respirerebbero e dimagrirebbero. 

10. Donne e bambini

Mercoledì 4 giugno 2008

Credo che una delle più belle esperienze che quest’ anno mi sta regalando sia la metro e suoi i vagoni femminili. Uno spaccato della vita private delle donne tra le donne, al di fuori del loro ruolo di mogli e dell’immagine di fronte al mondo maschile.

La metro è piena di bambini piccolissimi, tutti portati in braccio avvolti in un panno - dato che i marsupi e le carrozzine paiono non esistere.

Ogni tanto una donna si alza il velo scoprendo un bambino attaccato al seno. Ieri ce n’era uno che avrà avuto sui due anni. Se ne è stato pacifico sotto il velo a poppare facendo spuntare solo una mano, con cui cercava e toccava la mamma, o giocava con le donne lì intorno.

Scopro una dolcezza ancestrale e sconosciuta di queste madri coi loro bambini. Queste donne giocano e se li stringono come non ho mai visto fare in Europa, ora. Forse le nostre nonne sì, facevano così, e mi viene in mente la voce cristallina di mia nonna mentre cantava le filastrocche e faceva saltellare qualche nipote sulle ginocchia. Ma è come se per la prima volta vedessi una madre, oppure un modo di essere madre che non avevo mai conosciuto prima. 

Donne che sono una cosa sola coi loro bambini, che giocano con loro e ridono come bambini, che sembrano bambine anche loro, e sorelle delle loro figlie più grandi.

Se nella metro non c’è posto e una donna deve restare in piedi, oppure ha troppi figli da badare, le donne si passano, si scambiano e si tengono i bambini. Con molta probabilità, il bambino comincia a passare di ginocchia in ginocchia, tra le mani di lunghe file di donne in niquab. Mi chiedo cosa pensino i bambini di queste maschere nere, tutte uguali e irriconoscibili.

Donne e bambini sembrano condividere tutto, ritmi, spazi e, per quanto riguarda i bambini più grandi, anche responsabilità. I ragazzi più grandi, fino ai 10-12 anni, seguono la madre nel vagone delle donne, badano i fratelli più piccoli e portano le borse e pesi. Oggi ho visto un ragazzino sui dieci anni salire con la madre e portare un sacco grande in testa come fanno le donne - anni luce dai bambini arroganti e capricciosi con le scarpe Nike che vedo in Italia.

Mi rendo conto di quello che è stata la vita delle donne per millenni, prima che le contraddizioni di questa nostra società occidentale ci portassero a rincorrere modelli di felicità inconsistenti, che in realtà, quanto più ti trascinano lontano dalla naturalezza della vita, tanto più ti rendono impossibile essere felice. 

In questo contesto, d’un tratto mi si illumina un testo letto all’università per il modulo di storia sociale, nell’esame di storia moderna. Un tale storico del ‘500 di cui non ricordo il nome si esprimeva sul ruolo della donna e dell’uomo e sulle relative intelligenze. Senza entrare nel merito delle idee discriminatorie espresse, mi colpì che uno degli argomenti apportati per dimostrare l’inferiorità naturale della donna era proprio l’assimilazione di questa coi bambini - intesi questi come esseri umani in stato pre-logico: dalle fattezze fisiche (senza peli, senza forza), alle dinamiche emotive, ai ritmi di vita, tra donne e bambini non vi era soluzione di continuità, vivendo in piena simbiosi e identificazione reciproca.

Di vero c’è solo che in società tradizionali (dove la ripartizione dei ruoli è fissa e rigida nonché a scapito dell’indipendenza femminile) e in più basate sul concetto di “segregazione sessuale” (ovvero dove un rapporto diretto tra uomo e donna può esistere solo all’interno di ruoli familiari codificati – fratello, padre, marito, zio… - si leggano a questo proposito i lavori della sociologa Fatema Mernissi), le donne non hanno altro che i loro bambini come vero contatto emotivo e d'amore. E conoscendo come si basano qui i rapporti di coppia nelle classi medio-basse, so che di fatto è così. Tuttavia questa naturalezza affettiva che da noi non ho mai visto, e mi strega.

Mi chiedo anche, di fatto, cosa abbiamo guadagnato io e le mie amiche; a quasi trent'anni ancora a barcamenarci tra una carriera che non decolla a causa del precariatola consapevolezza che comunque potremmo perderla in un attimo se incinte, e bloccate tra coetanei a cui la prospettiva di avere figli non sfiora nemmeno l'anticamera del cervello. 

Dall'altra parte ci sono poi le donne che hanno represso l'istinto di maternità - perso non si sa in quale fase della nostra educazione - marginalizzato come se fosse il retaggio di una società antiquata. Queste donne ora mi fanno paura, carrieriste e denaturalizzate; perché vi è una bella differenza tra l'entrare in contatto con la natura della propria femminilità, e il pensare che il desiderio di un figlio sia solo il bisogno "indotto" di un mondo antiquato

O ancora, è forse sana una società che risponde alla frustrazione femminile con l'attenuante che "tanto ora i figli si cominciano a fare a 40 anni" - magari con compagni di ormai 50 anni che nel frattempo forse sono maturati - là dove di fatto non lascia altra scelta? Io non lo vedo tutto questo tempo, e  non siamo giovani per sempre come ci vogliono fare credere. E poi non è solo perché una cosa è possibile che è desiderabile o giusta. Tutto ciò è perversoNoi occidentali in questo siamo diventati perversi.

***

C’è una donna, giovane, che vedo spesso la mattina in metro. Non è velata e spesso porta maniche corte. Dall’abbigliamento e la pettinatura mi sembra essere cristiana copta. Non ci salutiamo, ma ci facciamo cenno e sorridiamo.

Ero in piedi davanti a lei e le davo la schiena. Lei da dietro mi ha messo a posto la maglia, che forse era andata un po’ in su.

Lo stesso mi è capitato nel bagno pubblico di un centro commerciale. Ero appena uscita dal bagno e davanti allo specchio mi lavavo le mani. Non mi ero tirata giù bene la maglia, e la donna delle pulizie mi si è avvicinata e me l’ha sistemata.

Queste donne, quelle di classe più bassa, accudiscono, curano, esprimono la premura e solidarietà in ogni gesto verso le altre donne, verso i bambini degli altri e verso il mondo intero.

Martedì 17 giugno 2008

Oggi ho visto una donna, tutta coperta col niquab, coi suoi tre bambini maschi.

I primi due avranno avuto rispettivamente cinque e sette anni, mentre il terzo era piccolo, di un anno e mezzo. Lei e i due bambini più grande si passavano il più piccolo in continuazione: ho visto il fratello di 5-6 anni tenere in braccio questo pupazzetto e poi passarlo al fratello più grande che lo sballottava e gli dava i baci.



























La madre era tranquilla e li lasciava fare. Io avevo paura che gli cadesse e mi stupivo sia della tranquillità della madre, sia dell’affetto e della responsabilità degli altri due fratelli, entrambi maschi tra l’altro. Una scena così io non l’ho mai vista in Europa, dove i bambini sono spesso egoisti, dispettosi e viziati. Io vedo un amore e un affetto tra queste persone che non ho mai visto; così semplice e autentico che mi commuove.

In generale, mi sono più volte sorpresa a guardare le dimostrazioni di affetto tra bambini e fratelli, o le premure e i giochi degli uomini (a partire dagli adolescenti) verso bambini e bambine piccoli.

3. La direzione sbagliata

lunedí 3 marzo 2008

Mi spaventa questo falso sviluppo sfrenato. Si bada a dare il cibo alle persone, a soddisfare i loro bisogni primari, d’accordo; ma nulla si fa per provocare cambiamenti all’interno dei processi tradizionali, economici e sociali, che già si sono rivelati non sostenibili. In ufficio non facciamo nemmeno la raccolta carta; però produciamo bellissimi papers sul climate change.

Il falso mito dello sviluppo non si riesce ancora a sfatare, e si preferisce misurare la ricchezza di un popolo dal numero di auto possedute (poco importa se sono delle fiat 128 degli anni ’60) piuttosto che dalla qualità dell’aria che respirano; si preferisce illudersi che l’immondizia non esista, e che scompaia dietro alla porta di casa, piuttosto che pensare che alle porte del Cairo si erga Manshiyat naser, una vera e propria città di rifiuti. Perché loro si ostinano a voler ripercorrere tutti gli stadi percorsi da noi, perpetuando i nostri errori? Anzi, perché noi li incoraggiamo (di fatto) a farlo? 
La middle class qui vede noi europei come modello; pensa che noi siamo tutti sconsideratamente ricchi, e che possiamo ottenere tutto quello che vogliamo. Che la nostra vita coicida con la parola “potere”.

La realizzazione assume così per
loro le forme del consumismo sfrenato, dell’incuranza e dello spreco – la peggiore delle nostre lezioni. E pensano che noi non riusciamo a capire il loro stato perché abbiamo tutto, abbiamo sempre avuto tutto. Difficile far capire che i nostri risultati, che il nostro benessere sono il frutto invece della parola “volere”, di tanti sforzi, di rinunce, di fatica, di risparmio, di lotte, di guerre, di fame, di morti.

Quello che vediamo invece noi in loro è tante volte proprio un’inerzia della volontà: io non provo automaticamente pena per persone fataliste che misurano le proprie occasioni a forza di "Inshalla"; senza contare poi che il loro modello si basa completamente sul privilegio, su una società fortemente gerarchica dove chi sta più in alto per nulla al mondo si sporcherebbe le mani con masioni che pertengono a un livello più basso del loro, provocando così continue paralisi, dove il rispetto per la forma prevale sull’obiettivo finale.

Al lavoro, Lara mi ha detto che Mohammed, da quando è stato promosso a clerical officer, non è più disposto a fare il caffè; una volta, mentre lei si stava facendo le fotocopie, da sola, qualcuno le ha commentato tra lo stupore e indignazione che quello non era il suo lavoro – che qualcun'altro avrebbe dovuto farlo per lei. E ancora, Saad ha sgranato gli occhi incredulo quando gli ho risposto con naturalezza che il mio week end lo avevo passato a pulire la mia nuova casa. Non immaginano che le donne europee continuano a infilarsi un paio di guanti e a pulire il loro cesso di casa. E non sanno nemmeno che in Europa siamo di base tutti uguali, e che la vita costa molto.

L’Europa ha creato un’isola di benessere basato sulla responsabilità, adesso, o almeno ci prova, a cambiare (...). Ma appena ne esci vedi ovviamente l’imperversare del nostro peggiore capitalismo. La domanda è allora, cosa succederà alla terra nei prossimi 50 anni con lo spuntare improvvisso e massiccio di paesi incuranti di qualsiasi accortezza ambientale, sprovvisti ancora di una cultura di base diffusa su larga scala? - contando che il mondo occidentale in 50 anni è stato capace di ridurre la terra in questo stato, con un incremento dei consumi peraltro molto più basso prima degli anni '70.

Persino gli strati più alti della società continuano a dirsi che quello che vedono non è “pollution”, ma solo “fog” (infatti non conoscono la parola “smog”), e considerano andare in metro come umiliante. Gli interessa solo comprarsi la macchina.

Vorrei tornarmene sulle colline tosco-emiliane, per non vedere, perché è inutile lottare, perché lo so che non c’è spazio in questi paesi per progetti di sviluppo sostenibile. “Hanno altre priorità. O almeno così dicono loro”, mi ha detto Lara ieri in ufficio. Ma ovviamente non riesco a fare lo struzzo, se no non sarei qui.


***

Oggi ho scoperto che Ayoub, il mio capo, PhD, è un creazionista. Cioè crede che la terra sia stata creata 6000 anni fa. E ha un posto dirigenziale in un'organizzazione internazionale di questo tipo.

1. Incipit

L'Egitto - Domenica 6 febbraio 2011

"Cara E., (...)ho passato quest' anno in relativa solitudine, per scelta, per stanchezza nel conoscere nuove persone e per difesa dal dolore di poi doverle lasciare per l'ennesima volta. Ho riflettuto molto. Ho vissuto in una delle città più grandi del mondo, che mi lasciava esausta ogni giorno per il solo fatto di non riuscire a respirare normalmente, data la concentrazione di polveri sottili nell'aria tra le più alte nel pianeta. Ho lottato contro il rumore che annientava il mio sistema nervoso, contro la bruttezza del cemento abusivo, e l'avidità di un'industrializzazione e di un turismo che stanno distruggendo ogni risorsa naturale di questo luogo di magia e storia. Ho accumulato una grande frustrazione, e i miei "sensi" sono stati annientati in parte dalla mancanza di stimoli positivi, e in altra parte anestetizzati da me, per sopravvivere alla bruttezza e allo spreco. Penso al sistema gigante in cui sto lavorando, ai pomeriggi spesi in workshop dove si parla e si riparla di sviluppo, ma non si capisce quello che vuol dire umanità, essere umano, Uomo!(...)" (5 Dicembre 2008)

Questa è la storia di un anno - il 2008 - speso tra ironia e sconforto, stupore e fatica. Ho deciso di condividere queste parole. Non sono che le impressioni di una giovane donna arrivata nel Nordafrica di corsa e in carriera - occidentale, non sposata, e pure bionda... - e tornata con l'impressione di avere completato l'ultima tappa di quella corsa. 

Il lavoro e il confronto con una società divisa tra storia e modernità, tradizione e libertà, corruzione e la corsa verso un agognato sviluppo - per tanti solo verso la ricchezza; il velo, le donne, gli uomini, il sesso, l'amore, i bambini, la maternità, la solitudine, la lontananza, il sole, la storia

Una sottile striscia di Mediterraneo riflette, come uno specchio, Roma e Alessandria - così vicine nell'antichità; l'occidentale e l'orientale: davvero così lontani?

Negli ultimi giorni i media italiani si sono divisi tra gli scandali sessuali di Berlusconi e la rivoluzione in Egitto. Da una parte l'insorgere del popolo egiziano nella presa di coscienza dei propri diritti individuali e sociali; dall'altra parte il risveglio delle donne italiane in una riflessione nuova e quanto mai dovuta sul significato attuale della propria femminilità e delle modalità di confronto e relazione con l'altro sesso. Due temi che risuonano in queste riflessioni, iniziate a scrivere esattamente due anni fa.

Durante quell'anno, il mio sguardo ha progressivamente inziato a sdoppiarsi, tra oriente e occidente, tra nord e sud:

lottando in principio contro la frustrazione della mia femminilità occidentale giudicata, oltraggiata e di fatto, lì, limitata;

scoprendone in seguito una nuova, loro, ancestrale, naturale, a tratti dirompente, e altre volte opprimente, insidiosa, incatenata, lacerante; 

stupendomi di quando questa diventasse contradditoria e caricaturale, là dove voleva scappare alle loro repressioni attingendo all'estetica "gonfiata" occidentale; 

e infine, una volta tornata in Europa, guardando con stupore, se non indignazione, in uno shock culturale al contrario, a quelle che sono i nostri disequilibri interazionali e povertà affettive, in particolare nel rapporto uomo-donna

Copio passo passo il mio diario di quei giorni, mantenendone la confusione e le contraddizioni del sentire.

Nel febbraio 2008, al momento della partenza, avevo da poco compiuto 28 anni.
Margot Bezzi